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SAPERE VS SAPER FARE

Sembra un dilemma tutto italico, perennemente bloccato da opposte lobbies concentrate chi a difendere rendite di posizione (vs Atenei, Ordini Professionali ecc.) chi a tentare di ritornare al federalismo dei lavoratori (partiti che sovente lamentano o lo hanno fatto in passato troppa presenza di meridionali sia nelle scuole che nelle amministrazioni pubbliche del nord, i terroni come me se lo dimenticano spesso). Ecco che periodicamente rispunta la questione, non quella Meridionale, ormai dimenticata o ridotta a mere misure di mancette elettorali, ma il cosiddetto “Valore legale della laurea”.

Come sempre nelle questioni complesse e radicate profondamente nell’antropologia italica, la soluzione da ricercare non può essere quella che persegue e consegue “la massima soddisfazione tra le parti”, matematicamente impossibile, rappresenterebbe la violazione di una legge universale secondo la quale in situazione di interessi contrapposti la massima soddisfazione dell’uno mai potrà combaciare con la massima soddisfazione dell’altro.
E allora la soluzione da cercare e perseguire non può essere che quella complementare alla precedente, ovvero perseguire e conseguire “la minima Insoddisfazione tra le parti”, ognuna egualmente insoddisfatta ma che casomai ottimizza il sistema “Sapere VS Saper fare”, si potrebbe semplicemente chiamare “compromesso”?.
Per semplificare il mio ragionamento e solo per questo, lo limiterò ai titoli di laurea a carattere tecnico scientifico (medicina, Ingegneria, matematica, chimica, biologia, giurisprudenza ecc) ovvero diciamo ai titoli che portano ad un esercizio di professione in qualche modo normata dal legislatore.
Ma, mi chiedo quali sono gli aspetti da mediare? Quali le ragioni dei favorevoli e dei contrari al Valore Legale della Laurea? E a cosa dovrebbe portare il risultato finale, ovvero con quale costo beneficio e per chi?
I fautori dell’abolizione sostengono che gli atenei non sono tutti uguali e che di conseguenza le valutazioni del voto di laurea hanno un “peso” diverso a seconda dell’ateneo presso il quale il titolo è stato conseguito (Valutazioni più generose vs valutazioni meno generose). Questo a discapito della reale qualità del laureato.
Se questo ha un impatto poco rilevante nel settore privato (assume chi gli pare e può decidere di non valutare candidati provenienti da determinati atenei) dove la scelta viene ormai fatta con meccanismi di HR (Human Resources Research) o HH (Head Hunting) , è di grande rilevanza nel settore del pubblico impiego laddove nelle procedura concorsuali il voto di laurea ha, a mio parere, un peso elevato se non di sbarramento (Banca d’Italia, concorso per laureati, voto di laurea minimo richiesto 105/110).
E qui vorrei fare una prima considerazione, ma è più “sapere VS saper fare” oriented un laureato a 24 anni con 98/110 o un laureato a 30 anni con 110/110 (riferiamoci ad una durata legale del corso di studi di 5 anni)?
Qual è l’algoritmo, se c’è, che stabilisce in modo oggettivo come massimizzare il prodotto “sapere VS saper fare”?
Gli abolizionisti ritengono che si dovrebbe assegnare un peso ad ogni ateneo che va a modificare il valore della laurea (come e chi valuterà il valore in peso di un ateneo non è molto chiaro) e che dovrebbero essere gli esiti degli esami di abilitazione all’esercizio di una professione a dover essere determinanti per ottenere un incarico di lavoro. Ovvero premiare un sistema “saper fare” oriented.
I contrari, sostengono, in estrema sintesi, che si verrebbero a creare, fatalmente, atenei di classe A, B e C con separazione classista degli accessi agli stessi in virtù del censo delle famiglie dei discenti. Con particolare penalizzazione per gli atenei del Sud, dove la popolazione e meno ricca e non potrebbe permettersi, nonostante forma di sostegno allo studio, di mandare il proprio figlio a studiare in quotati atenei del Nord. I quali, a loro volta, essendo in serie A sarebbero portati ad aumentare le tasse di frequenza e a reclutare i docenti migliori. Insomma un moto perpetuo che porterebbe di fatto alla chiusura di gran parte degli atenei del Sud della penisola considerati “più generosi” (ed è vero!).
Ci sono anche altre motivazioni che la fronda contraria all’abolizione presenta, ma fermiamoci a quella sopra menzionata.
Mi viene da chiedere, Ma qual è la funzione obiettivo? Dove vogliamo andare a parare? Qual è la finalità del sistema di formazione universitaria e post universitaria?
Le aziende chiedono persone che possano essere produttive il più presto possibile, a tale scopo ricercano candidati che non solo abbiano una laurea ma anche master specialistici e abilitazione professionale con preferenza per la maggiore giovane età a discapito del voto di laurea (esperienza vissuta anche se non direttamente)
E la PA, cosa cerca la PA? Ad oggi a pesare maggiormente è il sapere rispetto al saper fare, costruito dal voto di laurea e una serie di esami scritti ed orali. In taluni casi per accedere ad un concorso è richiesta la frequenza ed il superamento di una scuola ad ok, in genere a pagamento e costosa.
Il entrambe le situazioni siamo difronte a persone che devono si laurearsi, avere un’abilitazione professionale e qualche master specialistico, diciamo mediamente altri 3 anni dopo la laurea?
Ma se l’obiettivo è far lavorare i giovani e incrementare il numero di laureati che in Italia è ai minimi in Europa, e dare capacità immediatamente esigibili dall’industria cosa si può fare? Senza che i giovani approccino un primo impiego a 28-30 anni?
Forse è da riveder il sistema complessivo esigenze_aziende_e_PA&ormazione_universitaria&formazione_post universitaria&abilitazione_professionale&albi_professionali.
Se abolissimo gli albi professionali (per me anacronistici e difensori di posizioni)?, tutti i laureati che hanno superato un’abilitazione professionale potrebbero approcciare il mondo del lavoro e sarebbe il mercato a discriminare tra loro.
E se abolissimo il requisito del voto di laurea dai concorsi pubblici? Ci sarebbe una selezione basata sul reale sapere dei candidati che non risentirebbe della “generosità” o meno degli atenei.
Ma perché dopo aver completato gli studi ad esempio di Ingegneria, 5 anni, 30 e più esami, devo sostenere un’ulteriore esame per essere abilitato alla professione? Che nella maggior parte degli atenei, nel caso specifico, è solamente formale (diversa la situazione dei laureati in giurisprudenza che dopo la laurea devono prestare 24 mesi – e siamo già a 7 anni di impegno senza retribuzione – di apprendistato, sovente non retribuito e che dopo devono sostenere un esame di stato capestro, finalizzato soltanto al controllo dell’immissione nel mercato di nuovi avvocati).
E se i corsi di laurea fossero ristrutturati verso un maggior saper fare a discapito del solo sapere? In modo da avere la possibilità di essere immessi direttamente nel mercato del lavoro?
E se il corso di studi invece che concludersi con una tesi di laurea sperimentale della durata talvolta di anni, o peggio compilativa (ovvero copia a mani basse da testi già scritti), si concludesse con l’esame di abilitazione professionale?
Insomma, per semplificare, perché devo frequentare una scuola che mi insegna tutto di un’automobile ma per guidarla devo poi dopo frequentare la scuola guida??? Perché non devo poter sapere abbastanza della meccanica di un autoveicolo e contestualmente essere preparato a smontarlo, ripararlo condurlo e sostenere l’esame finale per dimostrare di saperlo fare??
Provando a sintetizzare:
Potrebbe essere una possibile soluzione: Rivedere le norme di legge ed i programmi di insegnamento universitario che si concludono non con una tesi di laurea ma con un esame di abilitazione professionale, uscire dal ciclo di studi già abilitato. Chiusura degli ordini professionali, i compiti trasferiti ad un dicastero a scelta, le casse trasferite all’INPS, sarà il mercato a fare la differenza tra le competenze professionali. Abolizione del voto di laurea e quindi lo stesso come requisito dai concorsi pubblici.
Soppressione del numero chiuso per tutte le facoltà universitarie, la selezione la fa il percorso di studi.
Corsi universitari/privati ultraspecialistici per chi superata la prima fase e ne abbia le caratteristiche possa entrare nel mondo della ricerca scientifica e tecnologica, ma a 24 anni e non a 30.
Ps: Qualcuno potrebbe anche dire che ci sono troppi atenei in Italia, ma che ci azzecca, potrei andare all’università solo per la mia cultura personale, completare il corso di studi ma non sostenere l’esame finale di abilitazione conseguendo ad esempio il titolo di dottore in medicina ma non l’abilitazione all’esercizio della professione medica.

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